Il mio ricordo di Ornella Vanoni si intreccia con le storie di famiglia: i racconti delle sue ribellioni e della sua irriverenza adolescenziale nel collegio svizzero dove studiava con la figlia maggiore di un amico fraterno di mio nonno erano quasi un’epopea… lei, che con la sua voce strana e inconfondibile fin da allora, cantava per i corridoi tra una lezione e l’altra rompendo l’austerità e il rigore dorato del collegio per ragazze bene, lei che organizzava fughe clandestine e feste notturne tra le camere…. questa forma di libera follia e lucida ribellione aveva sull’immaginario mio di bambina un impatto straordinario: ricostruivo la sua descrizione nella mia mente…. coi capelli indomiti e i lineamenti sfrontati, la voce fuori dai canoni, lei mescolava ingredienti della strega con quelli della fata, quelli dell’avventuriera con quelli della principessa.
Il coraggio della sua imperfezione, ne faceva un’eroina curiosa, scanzonata, incollocabile in un solo archetipo e per questo adorabile.
Il secondo incontro con Ornella, accadde a Taormina.
Ero una ragazzina, in quella strana età di mezzo che è la preadolescenza.
Ci trovavamo all’hotel Capotaormina: mio padre aveva portato me e mia madre nel mese di settembre in un lungo viaggio di lavoro per tutta la Sicilia.
Ci trattenevamo in località dove mio padre era impegnato professionalmente nell’edilizia e nella progettazione e poi ci concedevamo dei giorni di vacanza.
Riuscimmo a visitare tutte le tappe più significative dei tour classici della Sicilia e anche luoghi inconsueti.
Gli ultimi giorni erano previsti a Taormina.
Arriviamo all’hotel dopo un giro meraviglioso a Siracusa: io ho la febbre, forse per la stanchezza o per il troppo voler girare e vedere e fare.
La sera però mi riprendo, scendiamo a cena… cominciava l’epoca dei crudi di pesce che però non erano ancora così diffusi come oggi e al buffet degli antipasti. io seguivo mio padre con il piatto incuriosita… lui, da grande amante della vita in tutte le sue forme, era anche un amante della cucina e del gourmet.
Mentre di fronte a un vassoio di carpaccio di pesce spada marinato, lui mi racconta della preparazione del pesce crudo, alle nostre spalle, con quella voce inconfondibile, quel modo di trascinare un po’ le parole, di cantarle anche mentre le parlava, qualcuno si affaccia e chiede: “che cos’è quello? lo spieghi anche a me..” era lei, Ornella, che si mise a intessere una conversazione divertente, ironica, come sapeva fare lei, con mio padre sul pesce spada marinato.
Poi chiese anche a me qualche cosa, che non ricordo perché ero troppo intenta a guardarne le movenze e le espressioni….era lei quella strana eroina irriverente e ribelle dei racconti di famiglia…
Aveva un recital lì a Taormina e alloggiava nel nostro hotel in compagnia di un’amica.
La mattina dopo eravamo tutti nella piccola caletta che l’hotel CapoTaormina ha incastonata tra le rocce: il mare era grosso, l’onda era lunga e la spiaggia quasi tutta mangiata dal mare un po’ ribelle proprio come Ornella.
Lei e la sua amica, in topless con una pochette e gli occhiali da sole, volevano a tutti costi prendere il pedalò per farsi un giro.
Il bagnino non voleva: “Signora c’è il mare grosso, non si può!”
“ma no, non esiste…” insisteva lei con quella voce tutta sua, trascinandolo melodiosamente fino al pedalò, protestando, alla fine convincendolo. Io le guardavo salire sul pedalò, da un lato pensando che erano assolutamente incoscienti ad uscire con quel mare, ma dall’altro divertita: quasi quasi forse ci sarei salita anch’io insieme a loro sul pedalò più per il gusto di dar seguito alla cocciutaggine che per il giro.
Non riuscivano neppure a uscire un po’ più al largo tanto il mare le respingeva indietro, ma continuavano a pedalare e intanto ridevano e fumavano pure sul pedalò con i seni al vento.
Poi riuscirono a prendere il largo e per un po’ non le vidi: avevano girato dietro le rocce che custodivano da un lato e dall’altro la piccola caletta.
Mi misi a leggere… era l’epoca dei romanzi della Bronte e della Wolfe nel mio apprendistato interiore del femminile…. ad un certo punto sentii risuonare il timbro inconfondibile della sua voce che chiamava “bagnino, bagnino!”
Non riuscivano più a rientrare per via dell’onda che le ributtava indietro.
Entrai in acqua in mezzo all’onda un po’ ridendo un po’ preoccupata perché il pedalò sembrava ribaltarsi da un momento all’altro, il bagnino imprecava come sanno fare solo i siciliani e la scena era così bizzarra ed esilarante da restare indimenticabile.
Il bagnino ci mise del bello del buono per riportare a riva le due incoscienti in topless ridenti e urlanti.
Io guardavo questa scena e non sapevo che tanti decenni dopo mi sarei ritrovata a raccontarla come piccolo omaggio al volo che adesso Ornella Vanoni starà facendo allo stesso modo, libera e irriverente.
Mi rendo conto che quel topless era più che tutto un topless dell’inconscio: quando sei te stesso così come sei, quando vesti solo la tua unicità, la tua diversità, la tua singolarità, quando arrivi a fare del tuo difetto la tua firma unica e irripetibile, non hai bisogno di nient’altro, non ci sono coperture, non ci sono sovrastrutture se non quelle inevitabili del nostro stesso essere umani, mai coincidente fino in fondo con nessuna espressione di sè.
Jung disse che la sua vita era un viaggio di autorealizzazione di un inconscio: per certi versi questa dimensione, l’ho ritrovata anche in Ornella Vanoni.
È così che la voglio salutare, omaggiando la sua libertà fatta di luci e ombre, fatta anche di dipendenze, perché qui sulla terra nessuno è esente da contraddizioni. ma c’è chi sulle contraddizioni sa cantare a modo suo, “tristezza per favore vai via”…. C’è chi ha il coraggio di non resistere all’appuntamento con se stesso.