Skip to content Skip to footer

GIOCHI OLIMPICI MILANO-CORTINA 2026, CHI È L’EROE?

L’identità dei giochi olimpici Milano-Cortina 2026 incarna un valore universale dal contenuto decisamente filosofico e radicato nell’antica Grecia, patria d’origine proprio delle olimpiadi, come principio di ordine e di bellezza che agisce sia come benessere personale che come sintonia tra uomo e cosmo: stiamo parlando dell’armonia.

Nella scelta di questo tema, l’intento di Marco Balich, direttore creativo della cerimonia d’apertura, è quello di diffondere un messaggio universale di pace, unità e dialogo, proponendo una visione che ha l’obiettivo di unire attraverso l’armonia mondi che solo apparentemente risultano distanti tra loro: uomo e natura, città e montagna, popoli e culture.

La mia riflessione intende invece posarsi sul concetto di armonia strettamente legato all’ambito sportivo che, a questo riguardo, può assumere diverse sfaccettature.

Ritmo e fluidità, perfetta coordinazione motoria, capacità di bilanciare il corpo in movimento, giusta tecnica, propriocezione, flessibilità ed elasticità muscolare, sensibilità nel riconoscere le forme del terreno adeguandosi alle condizioni della neve o del ghiaccio, attitudine all’imagery, resilienza e gestione della paura sono solo alcuni degli ingredienti indispensabili per restituire alle prestazioni sportive un’armonia che fonde la bellezza estetica del movimento con l’equilibrio psicofisico dell’atleta.

È fuor di dubbio che le immagini delle gare mostrate al grande pubblico regalano grazia e precisione nel gesto atletico che appare così ai nostri occhi intriso di armonia a tal punto che in certe discipline, quali il pattinaggio artistico e il freestyle, gli atleti sembrano non agire alcuno sforzo.

Ma ciò che noi vediamo attraverso uno schermo concentrato in poche settimane è il risultato finale, lo spettacolo dietro al quale, a mio avviso, si nasconde una lotta che sembra farsi sempre più accanita, soprattutto dietro le quinte dello sport d’élite: è la lotta contro il limite biologico, dove il corpo diventa una sorta di macchina da spingere persino oltre il massimo delle sue possibilità.

Nell’Antica Grecia l’armonia atletica non era un elemento accessorio alla prestazione sportiva, ma ne rappresentava il fine ultimo, poiché gettava le sue fondamenta sul concetto di kalokagathía (kalós kài agathós), ovvero l’unione inscindibile tra bellezza fisica e valore morale.

Il valore morale al quale mi riferisco in questo contesto non è tanto qualcosa rivolto agli altri, come siamo soliti pensare quando richiamiamo questo concetto, quanto piuttosto quella che potrei definire come un’etica del Sé, la quale presuppone una forma di rispetto del proprio sentire, del corpo prima di tutto.

Ho invece la sensazione che la volontà mentale prevarichi in maniera schiacciante le necessità del corpo, a tal punto da veder gareggiare atleti con un legamento crociato lesionato o dopo un infortunio che richiederebbe tempi di ripresa più lunghi. Mi rendo conto che per uno sportivo professionista infortunarsi a ridosso dei Giochi Olimpici crei un conflitto interiore a dir poco drammatico tra restare a tutti i costi fedeli al proprio obiettivo di guadagnare una medaglia o rispettare il ritmo biologico del corpo che richiederebbe riposo, guarigione e gradualità nella ripresa dell’attività sportiva. Qualsiasi decisione prenda l’atleta è ovviamente rispettabilissima e mai criticabile.

Quella che io voglio trarre dalle mie parole è piuttosto una riflessione sulla tendenza ad aver sempre più mitizzato il sacrificio nell’attività sportiva, dove la motivazione va oltre la salvaguardia del proprio corpo e, in casi estremi, può mettere anche a rischio la propria stessa esistenza. L’atleta che pone davanti a tutto la propria ambizione viene definito come una sorte di eroe che merita sempre e comunque lode senza prendere minimamente in considerazione i costi fisici, psicologici ed emotivi che questa scelta comporta.

Mi chiedo se sia forse opportuno passare da un concetto di eroismo inteso come sacrificio, dove si può confondere il coraggio con l’incoscienza e dove l’eroe rappresenta l’ideale epico del superamento dei limiti fisici e della sofferenza per un obiettivo superiore quale può essere la gloria di una medaglia, ad un eroismo della consapevolezza che presuppone la saggezza di voler riconoscere il corpo non solo come un bene da preservare ma come depositario della nostra stessa identità e quindi meritevole di ascolto e di rispetto.

Forse allora il vero eroe è colui che sa trovare un equilibrio tra dare il massimo quando è possibile e avere l’umiltà di rinunciare quando il rischio supera il senso della sfida. In fondo ogni prestazione atletica è resa possibile prima di tutto dal corpo che abitiamo e scegliere un ritiro dalle gare per accogliere il tempo di recupero necessario dopo un infortunio rappresenta un gesto di profonda armonia con sé stessi.

Certo, è innegabile che sia una scelta davvero difficile quando sei sotto i riflettori di un intero mondo. Eppure è pur vero che, per contro, proprio per questo, si ha la possibilità di fungere da modello per una nuova cultura sportiva più sostenibile, dove il rispetto per sé stessi, l’ascolto del proprio corpo e l’amore per la vita contano quanto una vittoria alle Olimpiadi.

Chi è dunque l’eroe?

Elsa Roberta Veniani

Leave a comment