Un ragazzo e una ragazza sono seduti uno di fronte all’altra in un locale, in attesa che la loro ordinazione venga servita. Non si conoscono e non cercano di conoscersi: ormai non serve più, perché basta uno swipe. Su Tinder si hanno a disposizione tutte le informazioni necessarie per una biografia precostituita, predeterminata e impacchettata della persona con cui si uscirà. A cosa servono le domande? Secondo Tinder, nel 2026 non ne abbiamo più bisogno. E neanche dei silenzi,come suggerisce lo slogan della pubblicità: “Addio silenzi noiosi”.
Questo è il futuro. Questo è il modo in cui le relazioni andranno avanti da ora in poi. Ci siederemo comodamente la sera, magari dopo aver consumato un pasto da McDonald’s, e letteralmente – proprio come nei fast food – sceglieremo la persona adatta a noi su questo fast food umanitario che è Tinder. Ce n’è per tutti i gusti, proprio come i panini e le salse, e tutto a basso prezzo, anzi, a costo zero. Non bisogna nemmeno scomodarsi: è solo il pollice a muoversi. Quel pollice che milioni di anni fa ci fece evolvere da scimmie a uomini, sì, proprio quello, ora si occupa di fare avanti e indietro, su e giù su uno schermo.
Questo è il futuro, oppure no?
In ballo c’è molto, in realtà, anche se apparentemente stiamo parlando solo di una pubblicità come milioni di altre. Ma questa va dritta al sodo.
A chi piace il silenzio? Per chi non è stato imbarazzante il primo appuntamento, con i momenti vuoti, i rossori, le mani che tremano o sudano? A chi piace annoiarsi al primo appuntamento? A chi piace la frustrazione di non sapere cosa dire, quando invece potresti conoscere tutti i dettagli della vita della persona che ti sta davanti semplicemente consultando la lista e le descrizioni che ha fatto di sé?
Tutto questo sembra reale e immediato, oggi. Ma a cosa si sta realmente rinunciando, se decidiamo di cancellare con la tecnologia e la ragione i momenti scomodi e frustranti dell’incontro con l’altro?
È solo un noioso silenzio che andiamo a perdere, oppure sono attimi delicati in cui il corpo ci comunica come si sente attraverso un rossore, un tremore, la pelle d’oca, un brivido, le farfalle nello stomaco? O forse è quel silenzio che porta i due a guardarsi negli occhi e a scoprire cose che a parole non si possono comunicare, insieme a infinite altre sfumature che il silenzio permette all’interno di una coppia? E come potrebbero i due ascoltare come stanno, se il focus è completamente rivolto a controllare il profilo dell’altro, incollati allo schermo, per trovare argomenti di conversazione (come suggerisce la pubblicità)?
Questo tipo di relazioni – basate sulla chiacchiera, prive di imbarazzi, silenzi o di qualsiasi altra reazione autentica del corpo – ricorda quelle che i personaggi del Mondo nuovo di Aldous Huxley intessono. In questo mondo distopico, ipertecnologico e basato sul progresso, gli incontri promiscui e senza affetto vengono incentivati attraverso slogan come “Ognuno appartiene a tutti gli altri”. Nessun affetto, nessun legame, nessuna relazione. Non c’è bisogno di conoscersi davvero: ognuno è ciò che mostra esteriormente, come un oggetto. Non esiste il mondo interiore di una persona, i suoi pensieri, le sue emozioni, il suo vissuto. Non esiste l’amore, in nessuna delle sue forme, perché mancano l’ascolto, la comprensione, il supporto, la tolleranza, la sincerità e il tatto. Il rapporto viene consumato e, una volta consumato, è finito: può essere gettato via e dimenticato senza lasciare alcuna traccia.
(A. Huxley, Il Mondo Nuovo, Mondadori, Milano, 2016, Capitolo 3, p. 51)
E questo slogan, “Ognuno appartiene a tutti gli altri”, non è forse ciò che si sta realizzando nella nostra società attraverso i social media? Se ciò che vuoi essere, ciò che scegli di mostrare o ciò che fingi di essere è ben piazzato sul tuo account personale, cos’altro c’è da conoscere? Se eliminiamo le domande per conoscerci, come vorrebbe la pubblicità di Tinder, come possiamo comprendere l’Altro? Come possiamo sentire cosa prova il nostro corpo mentre lo incontriamo, e come possiamo cercare di andare in profondità? Se, dunque, il dialogo si basa esclusivamente sui fatti e sul sentito dire, come possiamo conoscere noi stessi attraverso l’altro?
Secondo Heidegger, quando l’uomo si perde nella sfera pubblica e anonima, il pensiero si appiattisce e si adegua al “si dice” (das Man). La chiacchiera abita la sua mente e, occupando tutto lo spazio, non lascia tempo ai silenzi imbarazzanti. Non c’è alcun contatto con la propria interiorità, nessuna prossimità con il vuoto, bensì solamente riempimento e consumo: esattamente ciò che la tecnica prescrive. E l’inconscio, il luogo in cui sono custoditi i tesori della psiche e l’individualità, scompare.
Due giovani, seduti uno di fronte all’altra in attesa della propria ordinazione, chiacchierano guardando ciascuno il profilo Tinder dell’altro per trovare nuovi spunti di conversazione. Non c’è sentire, non c’è sguardo, non c’è silenzio e non c’è desiderio. È tutto prevedibile e controllabile.
Potrebbe andare così, oppure…
“Mentre si trovava così intenta, fu colta da una sorpresa improvvisa: Mr. Darcy si avvicinò e le chiese la sua mano per il prossimo ballo. Elisabeth fu così colta alla sprovvista che, senza rendersene conto, accettò. Egli si ritirò immediatamente ed ella fu lasciata a deplorare la propria mancanza di presenza e di spirito. […]Quando la danza ebbe inizio, Elisabeth si trovò di fronte a lui ed ebbe il tempo di osservare con stupore la dignità che la sua persona derivava da un movimento così elegante. La prima figura fu eseguita in perfetto silenzio, ma quando giunse il momento di prendersi per mano, il contatto con le dita di lui e l’intensità del suo sguardo la fecero trasalire. Elisabeth si fece forza, e rompere quel silenzio opprimente fu per lei quasi una necessità: – Tocca a voi parlare adesso, Mr. Darcy. Io ho parlato della danza, e voi dovreste fare qualche osservazione sulla dimensione della sala o sul numero delle coppie. Egli sorrise e rispose: – Parlerò di qualunque cosa desideriate. – Benissimo. Questa risposta andrà benissimo per il momento. Forse tra poco potrò osservare che le sale da ballo sono generalmente troppo calde. – Preferite conversare soltanto seguendo certe regole, quando ballate? – Bisogna pur dire qualcosa. Sulla pista da ballo sarebbe strano rimanere del tutto in silenzio per mezz’ora; eppure, nell’interesse di qualcuno, la conversazione andrebbe regolata in modo che si debba parlare il meno possibile. – In questo caso state consultando i vostri sentimenti o immaginate di gratificare i miei? –”
(J. Austen, Orgoglio e pregiudizio, Rusconi Libri, Santarcangelo di Romagna 2025, Volume I, capitolo 18, pp. 116-119).
Questa è la famosissima scena del ballo di Netherfield in Orgoglio e pregiudizio. Certo, siamo molto lontani dal tavolo di un ristorante (nella migliore delle ipotesi), ma, analizzando questa scena nell’ottica dei significanti e dei simboli, siamo distanti anni luce dalla proposta della pubblicità di Tinder.
Mr. Darcy è un perfetto sconosciuto, misterioso, silenzioso e sempre in disparte. Non si sanno molti dettagli sulla sua vita privata, non sembra avere particolari abilità sociali e, in più, considera Elisabeth e tutta la sua famiglia inferiori di rango. Eppure, viene spinto dal desiderio a chiederle di ballare.
Il ballo inizia con un silenzio molto ricco: i due si toccano e danzano per la prima volta. Elisabeth non avrebbe mai voluto accettare, ma lo fa impulsivamente, quasi inconsciamente. Si rende conto, inoltre, che Darcy non è così impacciato come credeva e si accorge dell’intensità del suo sguardo. Il silenzio viene interrotto, ma il dialogo è ironico, stuzzicante e si fa beffa delle consuetudini e delle regole. Ed è qui il punto cardine: ciò di cui, oltre al desiderio, la mentalità implicita nella pubblicità di Tinder vuole privarci è il mistero. Mr. Darcy ed Elisabeth, nonostante abbiano ballato, parlato e si siano sfiorati, restano ancora un mistero l’uno per l’altra.
Nessuna immagine mentale precostruita da informazioni prescelte e appositamente filtrate. Elisabeth e Mr. Darcy si mostrano per ciò che sono, stuzzicandosi reciprocamente.
“La condizione per fare l’esperienza dell’incontro è non cercare l’incontro, ma essere trovati dall’incontro. È una formula che Lacan amava molto. Picasso diceva: «Io non cerco, trovo». Ecco, vale per l’incontro d’amore. Più uno cerca, più non trova.” (Massimo Recalcati – https://youtube.com/shorts/-D1VWW3CvKM?is=YNLF9HcHz1QVQAT1 )
Senza mistero, il desiderio non può esistere.
“Il desiderio comincia a prender corpo in questo: che la domanda dell’Altro si fa enigmatica” (J. Lacan, Subversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, Scritti, vol II, Einaudi, Torino 1974, p. 825).
Non possono essere, dunque, immagini prescattate e imbellettate né informazioni superficiali a guidare la scelta di chi frequentare. Finché penseremo che l’Altro si riduca al suo nome, al suo aspetto fisico e all’insieme di dati di una biografia, ne stiamo negando la personalità, l’inconscio e il vero Sé. Ma negandoli all’Altro, li neghiamo anzitutto a noi stessi, scivolando così in un riduzionismo fatale per l’Anima.
Le critiche alla società della tecnica sono ormai note. Molti pensatori ne hanno trattato: dai già citati Heidegger, Lacan e Recalcati, fino a Byung-Chul Han, autore del saggio Eros in agonia. Il solo titolo basta ad arrestare il continuo ruminare della mente, offrendo un’immagine paradossale e quasi inconcepibile: Eros, il dio dell’amore, colui che gode dei fasti del mondo e dispensa il sommo piacere ai prescelti, è in agonia.
È un’immagine di grande forza evocativa, che richiama il mito di Amore e Psiche narrato da Apuleio. Anche lì Eros aveva conosciuto il dolore a causa del tradimento di Psiche la quale, istigata dalle sorelle, aveva illuminato il volto del dio dormiente con una lampada ad olio, infrangendo il loro patto; una goccia ardente, caduta sulla spalla del dio, lo aveva svegliato. Eros era stato così costretto ad abbandonarla, pur amandola ancora. E forse oggi Eros sta lasciando la nostra società, poiché non può sopravvivere in una logica di massa fondata su iper-razionalità, progresso cieco, funzionalismo, propaganda e informazionalismo.
Eros ha bisogno di essere nutrito: necessita di silenzio, contatto, mistero e dell’incubazione lenta nel grembo della vita. È questo il vero invito salutogenetico.
Paradossalmente, come suggeriva Heidegger, sono proprio le emozioni scomode — l’angoscia, l’inquietudine, persino la disarmonia — a farci da pungolo (come faceva Socrate con i giovani ateniesi) per spingerci a uscire da questa logica di inaridimento. E qual è l’orizzonte più radicale che la società della tecnica, per quanto tenti di rimuoverlo o posticiparlo, non potrà mai eliminare?
La morte. Heidegger la definiva come «la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’esserci»: l’unico limite certo che spoglia l’esistenza dalle illusioni di controllo e dalla banalità della chiacchiera. (Martin Heidegger, Essere e tempo, § 53)
La morte ci viene in soccorso ogniqualvolta la società sembra soffocarci, restituendoci un orizzonte di senso individuale, radicato nel presente.
La morte — limite e mancanza assoluta — risveglia Eros, consentendogli di avvertire di nuovo quel vuoto costitutivo che riaccende il desiderio.
Così, seduti a cena l’uno di fronte all’altra, quel ragazzo e quella ragazza potrebbero d’un tratto interrogarsi sul senso, pensare che la vita è breve e ogni istante è un dono. Si creerebbe allora un momento di silenzio tra loro e potremmo vederli, finalmente, sollevare lo sguardo dallo schermo del cellulare per guardarsi negli occhi.
A cura di Sara Brugnano