La luce è uno dei simboli per eccellenza del Natale, forse il più importante e il più potente. Lo vediamo nelle molteplici luminarie che decorano strade e piazze, che adornano le nostre case o che catturano l’attenzione nelle vetrine di ogni negozio, anche se in molti casi il significato simbolico che sottende questa abitudine, così ormai potremmo definirla, per lo più di carattere puramente commerciale e consumistico, sembrerebbe andato perso.
La luce ha in realtà un significato altamente spirituale, evocatore di una tematica che coinvolge, o quantomeno dovrebbe coinvolgere, l’intimo di ciascun essere umano: la vittoria del bene sul male, dell’amore sull’odio, della vita sulla morte.
La luce diviene così indubbiamente un archetipo simbolico soprattutto a livello religioso.
Dio stesso viene definito come “Astro sorgente”, la stella che indica agli uomini la via da seguire per un cammino di verità, giustizia e amore. Giovanni nel prologo del suo Vangelo afferma che il Figlio di Dio si è incarnato per illuminare tutto l’umano e condurlo alla pienezza. Anche Allah è definito come la Luce suprema che guida l’umanità, la fonte di ogni verità e chiarezza, come espresso nel Corano. La luce riveste un significato profondo anche nel Buddismo, spesso equiparata alla saggezza del Buddha, in grado di illuminare il sentiero verso l’illuminazione e di dissipare la sofferenza causata dall’ignoranza.
Al di là di ogni religione, il mio intento è di soffermarmi piuttosto sulla dialettica tra luce e buio in un’accezione che ha a che fare con il rapporto che ciascuno di noi ha con l’ombra e con l’oscurità, intesa come metafora delle difficoltà che la vita riserva e delle dure prove alle quali l’uomo è soggetto. Non a caso si parla di “notte oscura” non solo in ambito religioso, ma anche culturale, politico e sociale per indicare qualsiasi situazione di grave disagio in cui si viene a trovare l’individuo o un’intera collettività.
Il buio esiste ed è grazie al buio che noi possiamo riconoscere la luce.
La bellezza delle immagini ritratte nelle foto che sono oggetto di questa mia riflessione, scattate sul lago di Pusiano (Co), evidenziano quanto sia proprio il buio a duplicare la luce che in lui si riflette, ad esaltarla con così tanta potenza. In pieno giorno, non solo la luce che definisce le figure galleggianti non è visibile ma persino si smarriscono i loro contorni a divenire quasi invisibili agli occhi dei passanti.
Allora forse, più che sconfiggere il buio, potremmo provare ad accoglierlo come parte del gioco dell’esistenza ed utilizzarlo come sponda per esaltare le nostre qualità, anziché lasciarci risucchiare dalle tenebre che lo abitano.
In fondo, a ben pensarci, il nostro nascere accade proprio nell’oscurità, così come la nostra gestazione avviene in assenza di luce. Al buio batte il nostro cuore, respirano i polmoni, assorbe i nutrienti l’intestino, avvia la digestione lo stomaco, filtrano il sangue i reni, così come al buio si espletano tutti i processi che presiedono alle funzioni vitali.
Lo stesso seme germina nel buio, immerso nelle profondità del terreno.
Nelle persone non vedenti, il “buio” non è una privazione, ma uno spazio sensoriale diverso, dove la vista è assente e gli altri sensi, vale a dire tatto, udito e olfatto, si risvegliano e si potenziano, permettendo di “vedere” attraverso altre percezioni e di creare connessioni emotive profonde.
Stare al buio quindi non come sventura, bensì come opportunità per sviluppare altre risorse.
Luce e buio ci invitano dunque a una danza in grado di mostrarci ogni volta diverse prospettive in base ai passi che scegliamo di muovere. Ecco che allora la notte può essere sfuggita, odiata e maledetta, oppure cercata, amata e benedetta a seconda dello sguardo con il quale a lei ci si rivolge. Di questa duplice dimensione del buio ne abbiamo un chiaro esempio in San Giovanni della Croce, dove la notte, come immagine di fede, diventa sia quella dimensione auspicata e gioiosa dove ritrovare il rapporto intimo con Dio, sia simbolo della lotta, tormentata e faticosa, per non cadere prede del dubbio e del male.
Il buio rappresenta anche la dimensione dell’introspezione, rivelandosi dunque uno spazio preziosissimo per intrattenere un dialogo profondo con sé stessi e per esplorare l’inconscio, per recuperare la condizione dell’essere a volerci connettere alla nostra vera natura e ad interrogarci sul senso e sullo scopo della nostra esistenza.
La notte, che accoglie il buio, è anche e soprattutto silenzio, bene così indispensabile nel frastuono che pervade la nostra quotidianità, così densa di rumore da impedirci di trovare quella quiete che saprebbe predisporci all’ascolto onesto e sincero dei pensieri che accompagnano il nostro cammino e delle emozioni che ci abitano, così rilevanti eppure così ignorate.
E ancora: il buio come luogo dell’Anima che così tanto avrebbe da raccontarci proprio nelle ore del sonno, dominate guarda caso anch’esse dall’oscurità, attraverso il sogno onirico, portale che apre la via a nuove consapevolezze e all’esplorazione di mondi interiori che altrimenti mai potremmo scoprire.
Buio e luce hanno quindi la stessa dignità, facce di una stessa medaglia che la vita ci ha messo a disposizione come strumenti per indagare il senso del nostro esserci in questa dimensione.
Il mio augurio è quello di lasciarvi abbandonare alla danza alla quale luce e buio continuamente invitano; un augurio che porto anche a nome della Scuola I.G.E.A., che proprio questa danza supporta e sostiene negli insegnamenti che porta agli allievi, con l’intento di lasciare che buio e luce divengano preziosi compagni del viaggio di individuazione che tutti siamo chiamati ad affrontare.
Elsa Roberta Veniani

